BERGAMO – BÈRGHEM

“E’ toccato a noi vivere per cinquant’anni in Italia e vivere le follie romane. Abbiamo in Europa i rifacitori della nostra storia: i massoni, i trafficanti, i venditori di pelle d’anguria. Gente che ha svenduto la nostra economia, la nostra impresa, la nostra identità. Ma la nostra storia non è in vendita. Senza la nostra storia siamo morti. E’ meglio perdere il letto dove si dorme piuttosto che la nostra lingua”  (Umberto Bossi, Dicembre 2004)

 Poche settimane prima delle elezioni del 2004 Roberto Bruni, candidato sindaco del centro sinistra, rispose ad un domanda di un giornalista dell’Eco di Bergamo e disse che tra le prime cose che avrebbe fatto, qualora fosse stato eletto sindaco, vi era senz’altro la rimozione dei cartelli “Bèrghem”, posti dal Comune targato centro destra, su richiesta delle Lega Nord, nei punti di accesso della città.

Bruni vinse le elezioni e, detto fatto, rimosse in un caldo giorno d’agosto i cartelli incriminati. Apriti cielo, scoppiarono in un lampo, come era prevedibile, mille polemiche e l’Eco di Bergamo continuò per molte settimane a pubblicare valanghe di lettere pro e contro la scelta del nuovo sindaco. Rimasi stupito da subito di quante energie avesse messo in moto una questione che giudicavo sommariamente banale e poco significativa. In realtà mi stavo dimenticando che le questioni simboliche, talvolta, interessano più di quelle sostanziali. Mi stavo dimenticando, inoltre, che alcuni simboli erano stati trascinati stupidamente da tempo nel teatrino della politica.

Le proteste dei cittadini rispetto alla rimozione decisa dal sindaco Bruni si organizzavano secondo due filoni principali. Vi erano coloro che giudicavano sbagliata la scelta della rimozione in senso lato, secondo il ragionamento per il quale “si erano già buttati via dei soldi per mettere inutili cartelli in dialetto, per quale motivo spendere altro denaro per la rimozione degli stessi?”.  E’ alquanto improbabile che fossero tutti leghisti gli appartenenti a questa prima categoria e anzi, forse in questo caso si sarebbe riscontrata, ad indagare bene, una consistente percentuale di persone fondamentalmente critiche verso quella che ritenevano una sciocca litigata tra politici con annesso spreco di denaro pubblico. Vi erano poi coloro che giudicavano sbagliata la scelta nello specifico, nel senso che ritenevano importante che anche Bergamo, come molti comuni limitrofi, potesse fregiarsi della proprio toponomastica dialettale. Ora, che fossero tutti leghisti gli appartenenti a questa categoria è molto improbabile, benché non sia facile immaginare una netta prevalenza verde-padana. Ed è proprio questo elemento ad indurmi alcune riflessioni.

Perché Bruni rimosse questi cartelli? Il nostro sindaco dichiarò che tali segnali non erano tanto manifestazioni di valorizzazione della cultura dialettale locale, quanto simboli di chiusura, arroccamento identitario, provincialismo e, aggiungerei io, una pubblicità politica mascherata.

Non si può dare torto a questo ragionamento. Però proprio qui inizia la questione di cui vorrei parlare. In un paese normale o in una qualsiasi altra regione italiana del centro e sud Italia, i cartelli in dialetto non avrebbero suscitato alcuno scalpore. Anzi, sarebbero stati realmente percepiti come segnale di recupero di una tradizione linguistica precedente all’italiano post unitario. Molte regioni d’Europa enfatizzano la propria specificità linguistica, senza che tutto questo venga letto come una minaccia all’unità nazionale. In fondo in fondo, davvero disturbano i cartelli in dialetto? Davvero sono un affronto insostenibile alla lingua italiana? Se si decide di rispettare una gerarchia definita, per la quale i cartelli in italiano mantengono un primato visivo su quelli in dialetto, ridotti al rango di cartelli turistici, è un problema leggere anche Bèrghem, Ela e Albì?

Non scherziamo. Il problema vero è che nel Nord, negli ultimi decenni, si è malauguratamente consentito  alla Lega di appropriarsi da sola della battaglia per la valorizzazione e la difesa della cultura locale e di riflesso di quella dialettale. Si è lasciato che un partito assorbisse questi temi culturali e ne facesse una questione unicamente politica. Il risultato è pessimo su tutti i fronti, giacché ora non si può far a meno di condannare l’installazione sistematica, senza regole, e a scopo di propaganda di cartelli dialettali che avrebbero potuto essere apposti in completa normalità e con il consenso di tutti. Ancora peggio, si è lasciato il culto della tradizione ad un partito politico che ne stupra in realtà il senso più profondo, inventando a proprio uso e consumo miti fondativi senza alcuna veridicità storica, accorpando usanze nostrane e genuine a frammenti estranei e surreali. Basta ascoltare le parole dei leader leghisti, basta osservare i filmati dei loro raduni per comprendere come la valorizzazione della cultura locale sia divenuto il pretesto per imbastire suggestive carnevalate.

I miti fondanti della Padania giungono direttamente da un fantomatico passato preromano e celtico, e cavalcano i secoli fino a goffi riferimenti ad un medioevo che non si comprende più se sia quello terrestre o quello della Terra di Mezzo. Bisognava intervenire prima, porca miseria. Si sarebbe potuto, a mio parere, mettere da parte un certo snobismo tipico della sinistra (“la sindrome dei migliori” la chiama qualcuno) e riconoscere molto prima che le tradizioni (quelle vere) ed il dialetto, anche quello bergamasco, per quanto duro e cacofonico, vanno preservati e valorizzati e che questa è una battaglia culturale che non può essere abbandonata nella mani di un solo partito. Non esista solo l’italiano e parlare in dialetto non è da ignoranti e nemmeno da burini. Per quelli che hanno origini bergamasche è la lingua dei genitori e dei nonni ed è la lingua con cui davvero si sono nominati i luoghi della provincia per molti secoli. Dovrebbe accorgersi di questo anche la sinistra salottiera, quella che magari non sbaglia mai il congiuntivo, ma che arruola Di Pietro tra gli alleati, nonostante lui di congiuntivi ne sbagli continuamente.

Recentemente il Comune ha fatto installare nuovi cartelli che ricordano, nei punti di accesso alla città, che Bergamo si può vantare del titolo di “Città dei Mille”, giacché alimentò le brigate garibaldine come nessun altro capoluogo italiano. Sapete bene che i leghisti detestano la figura di Garibaldi ed infatti un po’ per questa ragione, un po’ per vendicarsi della vecchia questione dei cartelli Berghem, i nuovi segnali di spirito risorgimentale non hanno certo vita facile. Poche settimane fa l’effige dell’eroe dei due mondi è stata sostituita dal profilo del condottiero Umberto Bossi, grazie ad un blitz vandali stico notturno di qualche padano DOC. Ancora una volta tanti saluti ad un po’ di soldi pubblici. Ora… e se il comune avesse ricordato l’impresa dei mille in italiano ed in bergamasco (per altro la lingua corrente di molti dei mille), come si sarebbero comportate le camicie verdi? Avrebbero danneggiato un cartello che ricorda un’impresa sgradita usando una lingua gradita?

 

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