KEBAB URBANI

Tra tutti gli argomenti possibili ne scelgo uno un po’ folkloristico… perchè, vi chiederete? Beh, perchè è di poche settimane fa la proposta delle Lega di impedire l’apertura di esercizi di ristorazione a base di kebab e cibi etnici nei centri storici delle città. La Lega Nord giustifica la necessità di un provvedimento in tale direzione per tutelare il decoro e la tradizione delle città padane (e italiane). Se vi ricordate, un po’ di mesi fa anche a Bergamo si fece un gran parlare dell’apertura di un nuovo kebabbaro in Città Alta. In tale occasione scrissi una lettera all’Eco di Bergamo che è stata pubblicata in data 5 giugno 2008. Rileggendola oggi mi accorgo di alcune cose. Innanzitutto, sapendo di scrivere per l’Eco, mi giustifico di aver usato un tono così moderato e “buonista”. Di solito sono molto più volgare. Ben più importante, mi rendo conto che quel piccolo litigio locale è ora diventata una questione nazionale. Allora ho deciso di recuperare quella lettera e di postarla in questo blog. Per altro questa operazione mi risparmia una gran fatica di battitura,essendo tutto materiale già pronto. Eh eh eh. Ribadisco con forza la mia opinione: la polemica contro i kebabbari in ragione della tutela del decoro urbano, sostenuta dai politici leghisti, è assolutamente pretestuosa e nasconde, a mio modestissimo parere, una discriminazione pregiudiziale.

 

LETTERA DEL 05/06/2008

Polemiche sul kebab? Che barba

Spettabile redazione, leggo sul quotidiano, con finta sorpresa, che l’imminente apertura di un locale di ristoro kebab (un «kebabbaro» come si usa dire) in quel di Città Alta ha suscitato vivaci polemiche. Finta sorpresa giacché da circa tre settimane, cioè da quando sono stato informato della prossima apertura, mi aspettavo prima o poi di leggere qualche critica, immaginando che qualcuno non avrebbe certo perso tempo ad invocare lo spettro della guerra di civiltà per contestare un episodio assolutamente ordinario della vita cittadina. Gli esponenti politici della Lega Nord, se mi è concesso parafrasare le loro argomentazioni, rilevano la presenza di almeno tre ordini di problemi legati a tale apertura: un problema  igienico, un problema culturale ed infine un problema estetico, in riferimento alla questione del  decoro urbano del centro storico. La prima questione merita senz’altro la massima  considerazione, ci mancherebbe altro. Ma presupporre problemi sanitari prima ancora  dell’avvio di un’attività è quantomeno indelicato, come se il contesto culturale della ristorazione a base di kebab fosse di per sé indice di mancato rispetto delle norme. Le regole esistono,  vanno rispettate, vanno fatte rispettare e spero vivamente che tutti i controlli della autorità  competenti siano effettuati sul nuovo locale di Città Alta, così come su tutti gli esercizi di  ristorazione del territorio nazionale. Il secondo (falso) problema merita una breve  divagazione. Chi ha qualche minuto da perdere girovagando per le vie di Città Alta faccia una salto alla pizzeria Da Mimmo. Sperando che non sia stata rimossa, all’ingresso una targa ricorda le  fatiche del signor Ammadeo (in arte Mimmo) per far conoscere e comprendere una cucina  diversa (la pizza) ai bergamaschi degli anni ’50. Una battaglia pacifica indubbiamente vinta.  Per quale motivo il tema dell’incontro culturale tra una tradizione culinaria diversa e le abitudini nostrane non può più riproporsi nel 2008? Certo, la pizza è italiana, viene da una regione del nostro Paese, ma non da quella parte del Paese che i leghisti amano di più. Non sono una persona buonista che ignora le molte problematiche legate al fenomeno dell’immigrazione  imponente degli ultimi decenni, ma certo alcuni ambiti, quali la cucina e la musica per  esempio, possono, a mio parere, tranquillamente rimanere al di fuori delle paure quotidiane. Sempre  rimanendo in tema, mi pare che Città Alta sia piena di negozi «culturalmente » discutibili. Non  i risulta che nella tradizione orobica si possano annoverare negozi di dolciumi, mini fast-food, pub irlandesi e bazar del kitsch, solo per citare alcuni negozi molto frequentati. Essi stanno alla cultura orobica al massimo quanto i matrimonio di rito celtico e gli elmi da battaglia con le corna, cioè nulla. Non mi risulta che l’apertura dei suddetti locali abbia suscitato vivaci  polemiche tra i politici che oggi si sbracciano a difesa del patrimonio locale. Con queste ultime  considerazione mi lego infine al terzo punto della discussione, quello inerente al decoro  urbano. Premetto che sono molto sensibile alla questione, per ragioni professionali, occupandomi tra le altre cose di urbanistica. Di solito inorridisco di fronte alle case ristrutturate con intonaci di colori sgargianti, non consoni alla tradizione. La polemica  sollevata è assolutamente pretestuosa. Debbo nuovamente rilevare come molti esercizi commerciali già esistenti indeboliscano ed attacchino il decoro e l’omogeneità estetica del centro storico (guarda a caso sono più o meno gli stessi esercizi commerciali poc’anzi menzionati in merito  l tema del contesto culturale). Questa città ha consentito l’apertura in Città Alta di una  gelateria/yoghurteria con il bancone arancione fosforescente e le luci colorate, ben visibili dalla strada negli orari di apertura, un pugno nell’occhio inappropriato, perfettamente compatibile  solo con i corridoi dell’Oriocenter. E che dire poi delle magliette esposte in una vetrina lì in  zona? Non vedo come attività qualificante del contesto urbano esporre t-shirt con scritte tipo  homo de panza, homo de sostanza», per non citare le molte citazioni a scontato sfondo  sessuale. Di nuovo, non ricordo di aver mai udito grandi tumulti per questo guazzabuglio di  consumismo demenziale. Se davvero in Città Alta si è fatta attenzione perfino al colore delle  tende, come si dice nell’articolo, allora chissà cosa sarebbe accaduto se non se ne faceva  alcuna. Immagino una possibile obiezione alle mie argomentazioni: «Il fatto che vi siano pessimi esempi non giustifica l’apertura di un altro scempio», mi si dirà. Rispondo invitando chiunque a vedere il «kebabbaro» in piazza Pontida,  all’angolo con vicolo dei Dottori. Insegna elegante, sempre molto frequentato a tutte le ore del giorno, ordinato, pulito, unico fulcro di vita in una piazza abbastanza morta nelle ore serali e  notturne. Dunque? Dunque si vigili sulla prossima apertura del nuovo esercizio commerciale, ma non si trasformi l’episodio in una battaglia culturale perché davvero non se ne sente la ragione. Mi permetto due piccoli consigli, in chiusura. Il nuovo «kebabbaro » potrebbe creare una joint venture con i ristoranti di fronte a lui e offrire insieme al panino con carne anche una scodella di squisita polenta taragna al fine di creare un inedito esperimento di commistione cultural-culinaria. Coloro che mangiano il kebab, invece, potrebbero prendere il panino ed andare a mangiarlo in Piazza Vecchia, sui gradini della biblioteca Angelo Mai, ove, osservando la facciata del Palazzo della Ragione (una volta sparita l’impalcatura), potrebbero ragionare riguardo agli influssi dell’architettura araba su quella bizantina e di riflesso sul gotico veneziano, comprendendo che le relazioni tra culture di diversi continenti generano

anche capolavori, non solo conflitti. Finito il panino, però, gli avventori buttino la carta nel cestino, perché non farlo, quello sì, sarebbe davvero indecoroso.

 STEFANO ZENONI

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